Voce alla Musica, Forza alle Donne
L’Associazione Parma Sinergia Donna è orgogliosa di presentare un’intervista esclusiva a Mihaela Costea, straordinaria interprete e Primo Violino di Spalla della Filarmonica Arturo Toscanini. Custode di uno strumento prezioso (un Matteo Goffriller del 1690) , Mihaela rappresenta un’eccellenza internazionale e un esempio luminoso di leadership apicale in un mondo, come quello della musica classica, storicamente dominato da figure maschili.
In questo dialogo intimo e potente, Mihaela condivide con noi le tappe di un percorso fatto di immenso studio, rigore e determinazione , ma anche le sfide legate ai pregiudizi di genere e all’età. Dalle prime fatiche per integrarsi a Parma nel 2002 fino ai successi sui palcoscenici globali , la sua è una testimonianza di resilienza, coraggio e autentico empowerment.
Attraverso le sue parole, affrontiamo temi cruciali e di stretta attualità:
La leadership al femminile: basata su competenza, fermezza, ascolto e una spiccata capacità di mediazione.
Maternità e carriera: il racconto sincero e ironico degli “equilibrismi” tra tournée e cura della famiglia, unito a un appello concreto per la creazione di nidi aziendali e servizi a supporto delle mamme lavoratrici.
Educazione e cultura: il ruolo dell’arte e del dialogo familiare per contrastare la tossicità dei social media e la violenza del linguaggio odierno.
Sinergia sul territorio: il valore del fare rete tra donne e associazioni per innescare un cambiamento reale nella nostra comunità.
“Bisogna sempre avere il coraggio di emergere, avere il coraggio di parlare e credere in sé stessi… ma bisogna sognare perché se uno non sogna, non crede e non ci arriva.” — Mihaela Costea
Un invito a non stare mai zitte di fronte alle ingiustizie, a difendere il valore dell’essere donna e a fare squadra, proprio come gli elementi di un’orchestra.
Buona lettura!
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- Mihaela, il ruolo di Primo Violino di Spalla è, a tutti gli effetti, un ruolo di leadership apicale in un’orchestra. Storicamente, le figure di comando nella musica classica sono state quasi esclusivamente maschili. Com’è stato il tuo percorso nell’affermare la tua autorevolezza e quali credi siano le caratteristiche peculiari di una leadership declinata al femminile in un ambiente così complesso?
M: la competenza musicale, la fermezza, la visione artistica, la sensibilità, la collaborazione… perché queste ultime due qualità che ho menzionato ti aiutano anche a consolidare di più la tua figura di leader. E diciamo che è molto importante anche essere un’ottima mediatrice.
Bisogna avere molta pazienza, non arrabbiarsi mai, ma essere fermi in quello che si dice e che si fa. Hai un modo di lavorare, studi tanto; io personalmente ho sempre studiato molto, sono convinta di quello che faccio e vado avanti per la mia strada.
Bisogna andare avanti per la propria strada e fregarsene dei sassi che arrivano e che ti impediscono di camminare dritto, perché comunque sopra di te c’è qualcun’altro che può dire se tu abbia sbagliato o meno. Il problema è che certi caratteri, insomma, certe persone magari si guardano troppo attorno. Anche nella vita di tutti i giorni, dico sempre a mia figlia di farsi scivolare addosso le cose e di andare avanti per la sua strada.
- Nel corso della tua prestigiosa carriera internazionale – che ti ha vista collaborare con istituzioni come la London Philharmonic, la BBC Symphony o la Scala – hai mai avvertito il peso di stereotipi di genere? C’è mai stato un momento in cui hai dovuto faticare il doppio per dimostrare che il tuo talento e il tuo rigore non avevano nulla a che fare con i pregiudizi legati all’essere donna?
M: Allora, ho faticato molto in Italia. A Londra no, a Londra mi sono sentita libera: non importava a nessuno se fossi donna o uomo, era uguale. Che fossi giovane, soprattutto, è un altro fattore che qua in Italia viene spesso ricordato: “sei giovane, dunque non puoi avere esperienza”. Non è vero, ci sono dei giovani che sono molto preparati, molto bravi… sono dei computer vuoti: quando iniziano a incamerare le nozioni, sono molto più freschi di noi che abbiamo molti più anni. Numero due: possiamo dare un pochino più di fiducia ai giovani: è molto importante questa cosa, anche perché sono proprio le persone dell’età della sua collega, che vengono schiacciate, e viene spenta una voce che può aiutare a cambiare il mondo.
Perché è proprio tramite i giovani che dobbiamo andare ad educare anche i vecchi che sono rimasti un po’ in una dimensione antica.
- Di recente, in un’intervista alla Gazzetta di Parma, hai accostato la grandezza di Verdi a quella di Omero. Entrambi hanno saputo raccontare passioni umane totalizzanti. Se pensiamo all’empowerment femminile, la musica può essere uno strumento di emancipazione e di riscatto? Come vivi il tuo profondo legame con Parma e come credi che le donne della nostra comunità possano fare “sinergia” per sostenersi a vicenda, proprio come gli elementi di un’orchestra?
M: È stato difficile inserirmi a Parma… Ho cambiato varie città in Italia. Io prima vivevo a Pesaro, ma sono andata un po’ dappertutto perché ho studiato sei anni a Cremona, un anno a Saluzzo, ho abitato un po’ qua e là. Ma sì, è stato difficile inserirmi, proprio per la cultura, per la pochezza di certe persone. Mi sono capitate scene nei negozi come in “Pretty Woman”, in negozi importanti… incredibile. Ma purtroppo non stiamo parlando del 1930, stiamo parlando di quando sono arrivata a Parma, ovvero il 2002.
È stato molto difficile, però devo dire che piano piano lottando… anche se non ho trovato l’aiuto che puoi trovare in Portogallo oppure in paesi con altre culture; anche in Romania c’era molta più accoglienza, più apertura, un avvicinamento da parte di persone che non conoscevi.
Ho dovuto lottare molto e studiare tantissimo per far sì che il mio nome fosse rispettato. Devo dire però che, in Italia, bisogna conoscere le persone giuste che possano parlare di te, cosicché la gente ti conosca.
Dunque ho conosciuto anche delle associazioni che si occupavano di donne; sono stata eletta donna dell’anno, mi sembra 2007 o 2008, dall’associazione AMMI Associazione Mogli Medici italiani, ho fatto dei concerti anche per loro e abbiamo raccolto dei soldi per i bambini di Haiti. Insomma, mi ha fatto piacere sapere che a Parma c’era molto movimento da parte delle donne e c’era la volontà di costruire, più di altre città più grandi.
Ho visto questa cosa, ma anche su altri piani; per esempio, ho visto che esistono delle associazioni che si occupano anche di non sprecare il cibo dei supermercati, che tuttora hanno la politica di buttare. Invece ho conosciuto, anche tramite mio marito che è avvocato ma ha fatto il volontario per l’associazione Emporio di Parma, chi aiuta le persone bisognose.
Mi ha fatto molto piacere trovare a Parma molto aiuto; c’è stata molta positività da parte di gruppi di donne che mi hanno aiutata e mi hanno dato slancio per arrivare più in alto, per poter illuminare un po’ di più.
- L’arte e la musica sono armonia, eppure la cronaca ci parla quotidianamente di disarmonia: violenza di genere e una preoccupante escalation di violenza verbale. Dal tuo osservatorio di artista e docente, che si confronta costantemente con il pubblico e con i giovani, come si può educare al rispetto dell’altro? In che modo la cultura può diventare un argine contro l’aggressività e la tossicità del linguaggio odierno?
M: Allora, purtroppo la violenza in questo momento ha un’eco pazzesca. Secondo me si può cambiare qualcosa a livello mediatico, cioè il telefono diciamo che è lo strumento peggiore, proprio la distruzione del secolo. Purtroppo, siamo troppo legati a un telefono che, se usato così, permette anche di essere controllati.
Allora, invece di mettere stupidaggini in rete, bisognerebbe sensibilizzare la massa, per esempio facendo delle petizioni o delle richieste da firmare online, per riuscire ad avere proprio delle cose più educative… invece vediamo solo violenza e follia.
Io vedo anche nelle scuole: secondo me manca la pazienza da parte degli insegnanti, ma questa pazienza è stata ridotta anche da parte dei genitori. Cioè non esiste più un ordine, la nuova generazione non ha più rispetto della gerarchia, dei ruoli. Partono dal presupposto di sapere già tutto loro perché l’hanno imparato sul cellulare, perché su TikTok gli hanno fatto vedere questo… a parte che dovrebbe essere abolito da questa terra! Io non ho Facebook ma ho Instagram, però è una piattaforma che mi dà più novità per quanto riguarda il mio mondo.
I social diciamo in sé possono anche avere un lato positivo, però devono essere regolati.
Viviamo con un algoritmo sbagliato, un algoritmo che ci porta alla violenza perché vengono pubblicate le cose sbagliate. Vabbè, il discorso è molto ampio, ma secondo me il dialogo potrebbe essere una soluzione. Intendo anche in casa, non con dei genitori stanchi dal troppo lavoro che arrivano a casa e mettono il bambino davanti al cellulare perché stia zitto quando mangia… Cercherei in qualche modo di far utilizzare di più la creatività e l’immaginazione ai ragazzi.
Io non posso cambiare proprio niente e nemmeno noi tre..però già parlarne, divulgare le proprie idee, può contaminare…
E secondo me, anche in una città come Parma, ci sono associazioni come la vostra che magari possono sensibilizzare altre associazioni, si mettono tutti quanti insieme, secondo me si può fare un cambiamento dentro la propria città.
- Tu suoni uno strumento straordinario, un Matteo Goffriller del 1690 di tua proprietà, che custodisci e valorizzi. Alle giovani donne, alle studentesse dei Conservatori o a qualunque ragazza che stia cercando di “accordare il proprio strumento” per intraprendere un cammino lavorativo ambizioso e difficile, quale consiglio ti senti di dare? Qual è la risorsa interiore che non devono mai dimenticare di coltivare?
M: Il consiglio è di studiare, credere nei propri valori e non smettere di sognare, perché possiamo arrivare dappertutto con le nostre forze. Non hai bisogno che qualcuno parli per te, non devi pensare di dover stare al di sotto di un uomo. Sono convinta che con le proprie forze si possa arrivare ovunque. Sono un esempio di donna che è partita da casa a 16 anni e ho sentito, per almeno una quindicina d’anni, quando alla questura dovevo fare i documenti, di essere associata a una poco di buono, una che era qui per altri scopi, una prostituta, una badante… con tutto il rispetto per le prostitute e le badanti, che sono sempre lavori.
Sono sempre stata vista come quella che non ero, perché alla gente piace subito dare un’etichetta, però bisogna sempre avere il coraggio di emergere, avere il coraggio di parlare e credere in sé stessi, lavorando e studiando il doppio, il triplo… ma bisogna sognare perché se uno non sogna non crede e non ci arriva.
- Essere una professionista ai massimi livelli e, al contempo, essere madre significa spesso dover gestire due veri e propri lavori a tempo pieno: quello della cura della famiglia e quello sul palcoscenico. Nel corso degli anni, hai riscontrato difficoltà nel far coesistere questi due mondi? Come sei riuscita a bilanciare le tournée e lo studio rigoroso che il tuo violino richiede con la presenza nella vita familiare, e cosa credi debba cambiare a livello sociale per supportare concretamente le mamme lavoratrici?
M: Beh, io sono una che non è stata a casa molto, perché ero una dipendente e avevo un contratto a termine, perciò non potevo permettermi di stare a casa troppo. Sono stata ferma un minimo di due mesi e 20 giorni, perché mia figlia è nata il 17 dicembre: io l’ultima settimana di novembre ho fatto la solista a Milano con una pancia enorme, poi mi sono fermata e sono rientrata a metà febbraio.
Ho avuto fortuna nel trovare delle tate, sei ne ho avute… spendevo un sacco di soldi, questo sì è vero: tutto uno stipendio andava là perché mio marito era ancora a Napoli. Ero anche abbastanza sola, ma quando lui è venuto su, che mia figlia aveva un anno e mezzo, ho avuto tanto aiuto da parte sua.
Man mano che mia figlia cresceva, ho visto da parte di certe aziende, tipo la nostra, che hanno trovato dei modi per aiutare le persone che lavoravano avendo dei figli, ad esempio organizzando un nido aziendale, dove tenevano i bambini di varie età, a cui facevano seguire varie attività mentre le mamme potevano lavorare. È molto interessante, questa cosa.
Si lavora anche meglio. Poi, dico, io sono impazzita all’inizio perché ho allattato nove mesi: dovevo correre a casa, da una parte davo il latte a lei, dall’altra toglievo il latte e poi via, cambiavo… insomma è stato difficile. Poi di nuovo ritornavo al lavoro: meno male che avevo due ore e mezzo di pausa, così potevo tornare dall’altra parte della città.
Ma così una si distrugge. Se invece ci sono queste aziende che offrono questa possibilità, dando lavoro ad altre persone, ad altre donne o ragazze che hanno bisogno di relazionarsi con questo tipo di impiego, danno anche la possibilità di avere delle persone sane di mente al lavoro. Guardate che io lo ero poco (ridendo)! E poi si produce anche di più, perché hai la donna lì che resta nel posto di lavoro, mentre altrimenti si lamentano perché prendono i permessi… ma certo che li prendono, perché i bambini si ammalano, non è che nascono con l’immunità al massimo.
Tutto può cambiare, nulla è scritto con il sangue. Cioè l’unica cosa sicura è la morte, quella sicuro…
Questo secondo me può essere una soluzione, però purtroppo ho notato questa cosa in Italia: “Eh vabbè, ma qua la burocrazia…” cioè c’è l’idea, però non avviene in quanto la colpa va subito sulla burocrazia, sui permessi ecc, ma di che permessi hai bisogno, alla fin fine te lo organizzi no? Come il concerto in casa, me lo organizzo, voglio pubblicizzare, bene devo pagare la CIA ecc e queste sono le accortezze che uno deve avere, deve fare tutto legalmente ovvio, però si può fare.
- Guardandoti indietro, c’è qualcosa che col senno di poi non rifaresti o che gestiresti diversamente, e quale consiglio pratico o di cuore ti senti di dare a una mamma lavoratrice che oggi si trova a fare gli stessi equilibrismi tra carriera e famiglia?
M: Io sono una persona molto ottimista e ho sempre fatto di più di quello che potevo fare, proprio perché quando invecchierò, guardandomi indietro, non voglio avere paura o il rimorso di non aver fatto una cosa; perciò rifarei tutto quello che ho fatto. Forse a qualche maschietto, trovandomi di nuovo in qualche situazione un po’ spiacevole, avrei risposto, perché tante volte sono stata zitta e lì mi sono logorata io. Ero molto timida e molto permalosa. Mi sono curata parlando, piano piano, con molta calma; ho spiegato che quella cosa che mi facevi in quel momento mi dava fastidio.
Devo dire che ha funzionato: sono più forte io, sono più attenti gli altri nei miei confronti e forse questo è il suggerimento che vorrei dare a tutte le donne lavoratrici, in tutti i campi. Devono stare attente a preservare il valore di essere donna, che è un gran valore, perché tutti quegli uomini che parlano male a una donna si devono ricordare che è una donna che li ha fatti, perciò zitti e muti e cerchiamo di dare rispetto a tutti quanti. In un mondo dove non c’è la parità di genere, regna il razzismo e l’omofobia, l’unico modo è parlare appena c’è un problema, ma con calma, perché non vogliamo passare per isteriche, ma senza farne passare neanche mezzo.
Ci sono certi direttori, anche se meno dall’inizio della mia carriera, però ci sono comunque dei direttori che non ti rispondono, non ti rispettano e in qualche modo sono malati di potere.